04-VII-25
Marcello Calamai (un “allevatore di algoritmi” che non conosco personalmente) ha risposto ad un mio breve intervento su Linkedin così:
Marcello Calamai
Allevatore di algoritmi
Mario Trombino Domande molto interessanti, e molto diverse tra loro.
Alla prima risponderei che il denaro sappiamo tutti benissimo cos’è, è sempre quello da millenni. Una riserva di valore e un mezzo di scambio. I guai nascono quando lo si “criminalizza”, lo si addita come la prima fonte al mondo di tutte le ingiustizie (di solito, lo fa chi ne ha poco…).
Per quanto mi riguarda, lo considero solo un mezzo per trasformare le nostre passioni, il nostro lavoro, e qualche volta le nostre idee, in qualcosa di misurabile e spendibile. Poi, ciascuno lo spende come vuole, magari in cose molto diverse da quelle che ce lo hanno fatto guadagnare.
Il denaro, è come se dividesse la nostra vita in due “capitoli”: produco il valore, e poi me lo godo (o, se ne produco troppo per me, lo dono a chi ne ha bisogno). A me piace, questo dualismo, è fonte di libertà e di sincerità. Mi sembra un ottimo equilibrio.
Sulla razionalità dell’AI la faccenda è più complicata. Fino a pochi anni fa, l’AI era fatta di sistemi esperti basati su regole. Magari complicati, enormi, ma efficientissimi, come Deep Blue, che ha battuto agli scacchi Garry Kasparov nel ‘96. Lo ha battuto in base alle stesse regole che usa un giocatore umano (continua)
Partitamente:
– denaro? sappiamo benissimo cos’è;
– è una riserva di valore e un mezzo di scambio.
Che cosa significhi che è un mezzo di scambio, chiederemo prima agli economisti, poi rifletteremo su cosa questo implica. Ma che sia una riserva di valore richiede una domanda a noi stessi, a cui Marcello Calamai implicitamente risponde. La domanda è: che cosa vale? o, se si preferisce, che cos’è un valore?
Calamai (implicitamente) risponde che ciò che vale sono le nostre passioni, il nostro lavoro, e qualche volta le nostre idee. La sfera è quella dello spirito umano o, con dizione meno enfatica, la sfera della (necessariamennte “mia”, senza un io non esiste, che noi si sappia – e certo ne sappiamo poco) vita interiore. Interiore a che? Alla mia mente (o anima, o spirito, o vita, o…).
Bene, il valore afferisce alla sfera del soggetto, il denaro no. Ed è questo, a quanto pare, che fa di lui una “riserva di valore”. Calamai ritiene che quando un io (il suo) guadagna dei soldi, allora “produce il valore” (parla di sé, e quindi scrive “produco il valore”: il solito casino filosofico del dover parlare dell’io in terza persona implica costruzioni sintattiche, e a volte grammaticali, veramente problematiche – pazienza!).
Ma il valore c’era già: erano le sue passioni, il suo lavoro, più raramente le sue idee, era già nato nella interiorità della persona. È stato trasferito in una entità che non appartiene né alla interiorità né alla soggettività, ed ha il grande vantaggio di poter essere scambiato in un mondo differente dall’interiorità. Chiamiamolo col suo nome, è l’oggettività del mercato. Ma, Calamai, sei un hegeliano? questa è la descrizione che trovi quando Hegel mostra come la soggettività dello Spirito pone se stessa fuori di sé, e ne nasce l’oggettività dello Spirito, che certo non è l’ultima parola, ma fermiamoci qua.
Il vantaggio è evidente: nulla di davvero soggettivo, nemmeno l’amore, può essere scambiato, tutto nella oggettività può esserlo. Se ne ha così quello che appare come il vero fine di tutto questo movimento (Calamai, è dialettico questo movimento che descrivi! sei hegeliano?): il godimento. “Produco il valore, e poi me lo godo”, dinamica che interpreta come fonte di libertà e sincerità.
Ma il denaro non esiste nella sua oggettività priva di soggettività: nulla, oggettivamente, vale, ci vuole un mercato per dargli valore e quantificarne la misura, e il mercato non è privo di soggettività: i soggetti scambiano…, il denaro è il mezzo oggettivo che lo consente (o forse solo facilità, sono immaginabili altre oggettivazioni), ma la sua oggettività non è “vera” oggettività, il suo valore senza il “riconoscimento” dei soggetti è un nulla.
A Calamai sembrra un ottimo equilibrio. Anche a me lo sembra, ma:
– se ho il valore dentro di me e non ho denaro nella oggettività della mia vita, allora l’equilibrio non lo vedo, e nasce una di quelle scissioni tra l’io e il mondo (che generano scissioni nell’io) di cui i romantici sono stati maestri nelle loro analisi;
– se il valore che ho dentro di me non si lascia oggettivare “in qualcosa di misurabile e spendibile”, come faccio a “goderne”? Solo la parte della mia vita interiore che è adatta ad essere matematicamente definibile, e quindi spendibile, cioè merce di scambio nel mercato, è riuscita ad oggettivarsi. E il resto?
Calamai, ti propongo questo brevissimo dialogo tra due amanti:
– Ti amo moltissimo, amore mio!
– Io di più, amore!
Spiazzante per qualsiasi amante: l’amore è “qualcosa di misurabile e spendibile”? Significa: “è qualcosa di oggettivabile in denaro”? Hegel ha pensato che lo sia, con la storia della legge e del patrimonio della famiglia, facendo infuriare tutti i miei studenti diciottenni innamorati, che considerano quelle sue pagine una profanazione di ciò che sentono come sacro.
Ecco, questo non torna, Calamai: non tutto nella mia vita interiore è misurabile e quindi spendibile. Non tutto, dunque, è valore che può divenire denaro e consentire il godimento attraverso lo scambio. Dunque il denaro esiste sì, ma solo come residuo oggettivabile della soggettività. E l’equilibrio, che vedi ottimo, lo vedo ottimo anch’io, quando c’è. Ma se non c’è, abbiamo così compreso le ragioni per cui non c’è.
Mi sembrava strano che tu fossi hegeliano, ma tant’è, forse lo sei davvero. Che dici, è così?