Tra il 1905 e il 1909 Klimt, nel periodo in cui si era convertito all’oro, rappresentò l’Arbre de Vie, come fu denominato in lingua francese, in un fregio a mosaico il cui tronco dorato e i rami spiraliformi evocano l’energia vitale e il mistero dell’esistenza umana che non fonda la sua vitalità basandosi sul Lignum di Bonaventura, ma ne ricalca visivamente le forme.
L’opera fu commissionata dal facoltoso industriale Adolphe Stoclet, che la volle, senza porre limite di spesa, per la sua residenza di Bruxelles, in particolare per abbellire la sala da pranzo. Klimt partì da nove disegni preparatori posti su cartoni di sette metri ciascuno, acquistati poi dal Museo Kunst di Vienna, dove possono essere ammirati tuttora. Per tale realizzazione utilizzò colori a tempera, acquerello, matite e gessetti, applicazioni in oro e argento, scrivendo di suo pugno annotazioni circa le modalità di realizzazione. Il fregio venne quindi posto a mosaico da artigiani, sotto la guida/collaborazione di Klimt, derivando da tre pannelli un’unità che richiama molto da vicino l’arte bizantina e, forse, anche quella egizia, data la presenza di una figura dagli evidenti tratti egizi. Occupa i due lati più lunghi della sala da pranzo, allacciandosi ad un mosaico di quindici pannelli, con raffigurazioni geometriche astratte, eseguito su marmo bianco con decorazioni di rame, argento, oro, pietra dura, corallo e maiolica colorata.
I tre pannelli sembrano narrare una storia amorosa: a sinistra, rappresentata dall’Attesa, una giovane attende il proprio amato sotto i girali frondosi dell’albero; è raffigurata una donna dall’abito molto decorato e agghindata con vistosi gioielli, dalle sembianze di una ballerina, sola, con lo sguardo spinto in lontananza, forse verso il terzo pannello rappresentante Il Compimento, dove una coppia è fusa in un Abbraccio che prelude al famoso Bacio. Sembra, dunque, una vera Attesa amorosa, uno stato d’animo caratteristico dell’affettività femminile, come disse Klimt, rappresentata dalla figura, alquanto glaciale, di una danzatrice dagli occhi egizi, con il volto di profilo e le mani mosse da un movimento danzante le cui dita sono rivolte nella direzione dello sguardo. Una ricca veste, il cui tessuto presenta fantasie a righe orizzontali, di forma triangolare, nasconde più che fare emergere le forme anatomiche sottostanti; grandi triangoli al suo interno associati a riccioli dorati e occhi stilizzati che trasmettono rigidità più che movimento.
Se l’Attesa appariva statica e glaciale, i due protagonisti dell’ultima scena scaldano l’ambiente con la passione che li coinvolge; anche gli abiti lo starebbero a dimostrare: mentre quelli del primo pannello sono legati a forme geometriche statiche, quelli del terzo sono più mossi dalla circolarità delle decorazioni. Sono due amanti stretti l’uno all’altro in una scena di intimità, quasi dopo una lontananza, forse travolti dalla passione; la veste della donna ha una trama più fitta di quella rappresentata nell’Attesa, con accostamento di forme geometriche decorate con motivi fitomorfi. Da notare è il forte contrasto tra il realismo dei volti e l’astrattismo dei corpi dove la bidimensionalità – non c’è differenza tra primo piano e sfondo − è acuita dai disegni geometrici e astratti che fanno da contorno.
Mentre nell’Attesa sembra esserci connessione con il terzo momento, in quest’ultimo la comunicazione con l’esterno è sparita, grazie all’intimità che pervade questo scenario, indipendente dal resto; l’uomo è di spalle con la testa dietro a quella dell’amante che, nel preludio del bacio ancor non giunto, socchiude gli occhi.
Rinascita, energia vitale e Amore prendono vigore nell’Albero della vita posto al centro come asse portante dell’intera rappresentazione, dove innumerevoli occhi germogliano da esso, addirittura inseriti sulle vesti dei personaggi, quasi a scrutare l’osservatore. Non è per nulla un modello bonaventuriano con il suo sfondo dorato che appiattisce spazio e tempo, assolutizzando ed estraniando il tutto dalla realtà naturale; emergono forme geometriche, cerchi e triangoli evidenziando, a sentire la critica estetica, la complementarietà esistente tra uomo e donna. L’albero infatti è un vortice d’oro che, nel suo movimento, unisce conoscenza e spiritualità, nate dall’osservazione dei mosaici bizantini di Ravenna dai quali Klimt fu affascinato.
Il suo contorto sviluppo di rami, richiamando quello dell’Eden, ammonirebbe a prenderlo come storia dell’umanità intera e non solo come semplice vicenda del singolo individuo dove il ciclo della vita, delle stagioni condurrà alla morte e alla sua rinascita. L’interconnessione di tutte le cose del mondo sarebbe espressa dall’unione di cielo e terra sulla quale campanule rovesciate sono accostate al tronco. Tra le ramificazioni si intravvede un rapace, forse un avvoltoio, che cerca ristoro sotto le fronde dell’esteso albero dorato, quasi richiamando alla mente il dio Horus.
Che non fosse, invece, la personificazione della morte, attrice inevitabile del ciclo vitale presente in tutta la raffigurazione dove il ciclo della vita sarebbe la salvezza dei pagani dopo l’Apocalisse, il simbolo dell’età dell’oro, così come alcuni storici dell’arte gli hanno voluto far manifestare? Spesso si mette nelle intenzione dell’autore ciò che invece sta nell’animo del commentatore dell’opera per cui ci si immerge in quell’ermeneutica che apre in due vedute l’opera d’arte. Da una parte l’autore che espone quanto è in lui, dall’altra il visitatore che vede nell’opera ciò che emerge dal suo inconscio. Si può pensare, allora, che l’albero, avvicinato a quello dell’Eden, inviti a procedere nella vita assumendo codici morali che la improntino sulla via del bene. Una lettura migliore sarebbe da porre dopo aver letto quanto Klimt scrisse all’amica Emile Flöge nel 1914, dichiarando che si trattava di una seconda versione del cavaliere presente nel Fregio di Beethoven. Se là faceva da trama la contrapposizione atemporale tra bene e male, qui il cavaliere fungerebbe da custode dell’amore una volta che fossero state sconfitte le forze avverse per cui, rientrato tra le braccia dell’amata, concluderebbe la sua vita nel raggiungimento dell’estasi amorosa.
Note:
Le immagini a cui facciamo riferimento sono analiticamente visibili su Wikipedia: https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Stoclet_Fries?uselang=it
Per la storia delle raffigurazioni visive dell’albero della vita si veda il volume L’albero della vita.