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Note sulla nozione di coscienza: il soggetto del pensiero nella filosofia greca

Parmenide. Non vedo alcuna traccia che l’essere che è sia un soggetto. Il soggetto c’è e si vede, ma è in noi: nella dea, nel giovane, nel lettore, e così via. Se il soggetto abbia vera realtà, abbiamo troppo poco del Poema di Parmenide per saperlo. “Lo stesso è il pensare e ciò a causa del quale è il pensiero, / perché senza l’essere nel quale è espresso, / non troverai il pensare. Infatti, nient’altro o è o sarà / all’infuori dell’essere, poiché la Sorte lo ha vincolato / ad essere un intero ed immobile”. Non c’è di più. Ma, certo, è del pensiero che parla e non si vede la minima differenza tra soggetto e oggetto. Eppure io sto pensando. 

Platone. La teoria di Platone, che tuttavia è soltanto il frutto non definitivo di un insieme di percorsi dialettici di ricerca tra soggetti che dialogano, è chiara: il pensiero (le idee cosiddette platoniche) per esistere non hanno alcun bisogno di un soggetto che le pensi. E nel “mondo delle idee” soggetti non se ne vedono, se non in miti. E neppure nei miti (sono dèi e anime) le idee hanno bisogno di loro per esistere. 

Aristotele. Estremamente rigoroso, ma ai miei occhi incomprensibile. Il pensiero dell’uomo nasce dalla sensazione (le idee cosiddette platoniche nascono nella mente di un soggetto per astrazione delle forme) e ha indubbiamente bisogno di un soggetto, nella forma di una mente pensante (forma di una specifica materia, che è il corpo del singolo uomo, ed è l’uomo, non la sola forma, ad essere una sostanza). Ora, il soggetto è una forma, cioè un’anima: un soggetto pensante, non un oggetto pensato. Il soggetto può certo pensare se stesso e quindi divenire oggetto di pensiero, ma ne nascono teorie non chiare: intelletto attivo e passivo e così via, che non stanno in piedi senza una interpretazione. I testi sono troppo brevi e non spiegano tutto. Ma come in Platone compare poi anche in Aristotele una forma di pensiero in cui il soggetto non c’è, ed anzi non c’è alcun processo del pensiero, alcun movimento di alcuna mente, e quindi alcun pensare come attività: il “pensiero di pensiero” è atto puro. Nessuna potenzialità, dunque nessun movimento. Il pensiero, in questa descrizione, non ha alcun bisogno di una differenza tra soggetto che pensa e oggetto che viene pensato, né compare alcuna differenza tra vari tipi di  intelletti, anzi non compare la stessa nozione di intelletto (agente, passivo, ecc., tutto incompatibile nella sua attività o passività con l’essere un atto puro). In che senso allora il “pensiero di pensiero” è una forma più perfetta (dunque più completa) del pensiero di un uomo? Che cos’hanno in comune? Devono avere qualcosa in comune, se la parola pensiero (nous, non logos) non è una parola dai significati completamente diversi.  

Epicuro. Non leggo in Epicuro alcun testo che spieghi come da un mondo di vuoto/pieno nasca la coscienza: tutta la sua descrizione potrebbe essere applicata a una mente senza coscienza. Non trovo nulla che spieghi come nasce la soggettività, ed è un punto cruciale perché ogni sensazione (piacere/dolore compresi) è sempre di un soggetto. Ma come si spiega che in un mondo di vuoto/pieno nasca un soggetto? Tuttavia in Epicuro, al contrario che in qualsiasi altro filosofo greco non atomista, senza soggetto non c’è pensiero (e il pensiero ha sempre e comunque la sua base nella sensazione, teoria che mi sembra molto vicina a quella di Aristotele, pensiero di pensiero a parte, che infatti non nasce affatto, eppure è pensiero!). 

Stoici. Nessuna nous, solo Logos. La coscienza ha certo bisogno di una soggettività, ma che esista un logos non cosciente è evidente (nel pneuma, nei logoi spermatikoi) e in questa forma è quindi privo di soggettività. Reale e razionale sono due termini per dire la stessa cosa: il reale è razionale, è governato dall’interno da un logos (che non è chiaro se abbia o meno coscienza, e dunque se sia una soggettività – se vi sia qualcuno lì dentro, come dice Dennett, né si vede alcuna necessità logica che vi sia: dire che il reale ha una sua razionalità interna significa che la mia mente soggettiva è in grado di comprendere il reale, non significa che è necessario che qualcun altro la comprenda). Ma nessuna teoria, in un mondo che è comunque finito, consente di dire che il razionale è reale (pur rinascendo il mondo all’infinito dalle proprie ceneri, e dire all’infinito significa dire eternamente, non nell’unico tempo: non c’è alcun tempo unico, c’è un mondo solo alla volta, non un supermondo infinito che li contenga tutti). Ma se niente implica che il razionale sia reale, nel reale che tipo di esistenza hanno i possibili non reali? Un tipo di esistenza devono averla, perché sono pensabili (se… allora, e se non… allora non…: sto pensando dei possibili). Il tema è leibniziano, non trovo nulla nei testi stoici: e infatti in Leibniz nessuna necessità logica implica che il razionale sia reale, partendo dal fatto che il reale è razionale. 

Plotino. Chiedo se è possibile sostenere che Plotino si pone su una strada nuova rispetto all’intera filosofia greca a lui precedente. La mia argomentazione a favore di questa tesi è la seguente: per la prima volta nessuna forma di coscienza a nessun livello può esistere senza la scissione tra soggetto e oggetto. Dunque il Tutto (Dio, Uno: lo chiamiamo con molti nomi) non può aver coscienza di sé se non scindendosi. Prima ipostasi.  Dietro ogni pensiero c’è un io – c’è qualcuno lì, come dice Dennett – ma gli stoici hanno ragione: il reale è razionale, ma non ha bisogno di alcun io per esistere. Solo, lì non c’è coscienza. La coscienza ha bisogno di un io, non il reale. Tuttavia, poiché nel Tutto c’è (anche) coscienza, questo ci parla di una necessità interna al tutto: deve esistere una necessità interna all’Uno che genera la coscienza e provoca la scissione tra la mia mente che vede un filo d’erba e si rende conto che abbiamo la stessa origine. Io e un filo d’erba. Ma perché in un Tutto che genera la coscienza, e quindi non ha bisogno di essa per esistere, c’è una simile necessità interna?